L'errore del tuo nemico

Obiettivi di oggi:
— Ucraina e Iran
— Una giornata di crisi energetica
— L’Italia al centro della crisi

Numero 8

Ratio vos salutat. 

“Non interrompere il nemico mentre sta commettendo degli errori”. Tra le tante analisi lette da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’iran, questa frase attribuita a Napoleone, e usata dall’Economist per descrivere l’attuale postura della Cina, mi è rimasta particolarmente impressa.

Dopo oltre un mese di guerra e un cambio di regime non propriamente favorevole agli Stati Uniti (al potere è salito il figlio del vecchio ayatollah 86enne, che si è appena visto uccidere padre, figlio, sorella e altri parenti stretti da Usa e Israele), l’Occidente e i suoi alleati stanno sprofondando in una crisi energetica senza vie d'uscita immediate. Al contrario, Russia e Cina capitalizzano vantaggi economici e geopolitici mantenendo una posizione di attesa strategica.

In breve: per il Cremlino, ogni nuovo impegno bellico statunitense si traduce in un drenaggio di risorse e attenzione dal fronte ucraino. In parallelo, l’impennata del greggio dovuta al blocco dello stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni sul petrolio russo operata da Trump stanno garantendo a Mosca profitti miliardari sul mercato dell’energia.

Per la Cina è l’occasione di rafforzare la sua immagine di potenza mediatrice e garante di stabilità, in particolare nei confronti dei paesi dell’Est Asiatico, e di aumentare in tutto il mondo le sue esportazioni di tecnologie per le rinnovabili (dai pannelli fotovoltaici alle batterie). Inoltre, il prolungarsi del conflitto potrebbe indebolire l’amministrazione Trump, rendendo di fatto più facile per Pechino negoziare condizioni favorevoli sui dazi e sulla (prossima?) annessione di Taiwan.

In questo numero di Ratio Beniamino Irdi ci guiderà per capire a fondo l’interconnessione tra la guerra in Ucraina e la crisi iraniana, cercheremo poi di concretizzare quale sia l’impatto della crisi energetica a oggi e finiremo con alcuni spunti di riflessione sull’Europa e la democrazia.

Buona lettura.

Kevin Carboni | Ufficio stampa Rozes

Grandi numeri

2.000.000.000

Si tratta del numero di bot bloccati quotidianamente da Wikipedia, che tentano di manipolare le informazioni della più grande enciclopedia online indipendente al mondo.

Guerre interconnesse: Ucraina e crisi iraniana nello stesso spazio strategico

Non esistono più crisi isolate, ma un sistema di vasi comunicanti dove la tensione in un punto della rete si propaga istantaneamente lungo le direttrici dell’energia, della finanza e della tecnologia. In questo scenario, il conflitto in Ucraina e la crisi iraniana non sono più teatri distanti, ma segmenti di una medesima scacchiera dove la resistenza di Kyiv si trasforma in valuta diplomatica e strategica nel Golfo e i prezzi del petrolio diventano il polmone finanziario di Mosca. Per decodificare questa trama di interdipendenze, ci affidiamo alla visione di Beniamino Irdi, CEO di HighGround e political risk consultancy partner di Rozes. Grazie alla sua esperienza internazionale e alla capacità di leggere le minacce ibride, Irdi ci guida attraverso la nebbia di una guerra che si combatte tanto con i droni Shahed quanto con la riallocazione dei flussi energetici e la disinformazione digitale.

L’impatto della chiusura dello stretto di Hormuz va molto oltre l’aumento dei prezzi dell’energia: dai Paesi del Golfo proviene una quota significativa di materiali critici per l’industria globale, tra cui circa l’8% della produzione mondiale di alluminio, il 22% dell’urea, il 25% dell’elio e il 45% dello zolfo.

Lo shock sta spingendo i mercati a riallocare flussi e priorità e la Russia, almeno nel breve periodo, ne è uno dei principali beneficiari. Alla vigilia della crisi il settore energetico russo era sotto pressione, con esportazioni in calo, vendite a prezzi scontati e ricavi ai minimi dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. L’aumento dei prezzi del greggio sta ora compensando parte di queste criticità: ogni incremento di 10 dollari al barile si traduce in un aumento stimato dello 0,7% del PIL, mentre il bilancio federale si mantiene in equilibrio già a 59 dollari al barile. Parallelamente, la riallocazione della domanda asiatica favorisce Mosca, con India e Cina che aumentano gli acquisti di greggio russo. Nonostante gli attacchi ucraini abbiano ridotto la capacità di esportazione di 1–2 milioni di barili al giorno, la Russia continua a generare circa 513 milioni di euro al giorno dai combustibili fossili, di cui 372 milioni dal petrolio, in aumento rispetto al mese precedente.

La decisione dell’Amministrazione Trump di sospendere temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo ha contribuito ad aumentare le tensioni con i partner europei, che la percepiscono come una potenziale vulnerabilità sul piano della sicurezza. Parallelamente, la Russia continua a esercitare pressione sull’Europa attraverso strumenti non convenzionali. Cyberattacchi, interferenze elettroniche e provocazioni calibrate vengono utilizzati per testare la capacità di reazione della NATO senza oltrepassare soglie di escalation. In questo quadro si inserisce anche la campagna di disinformazione online “Narva People’s Republic”, smascherata dai servizi di sicurezza estoni, che riproduce schemi già osservati nel Donbass e mira a generare ambiguità e pressione psicologica.

Se sul piano energetico Mosca guadagna spazio, sul piano militare è l’Ucraina a dimostrare una capacità di adattamento significativa. Dopo aver fronteggiato decine di migliaia di droni Shahed di progettazione iraniana, Kyiv ha sviluppato capacità scalabili di contrasto, combinando droni intercettori e guerra elettronica. Queste competenze vengono ora esportate nel Golfo: oltre 200 specialisti ucraini sono stati dispiegati tra Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Giordania per supportare le forze locali nell’intercettazione dei droni iraniani. Questo trasferimento di know-how ha un valore strategico rilevante, riducendo la dipendenza da sistemi missilistici costosi e limitati, impiegati sia dagli Stati Uniti sia dai Paesi del Golfo. Due droni dal costo di circa 10.000 dollari possono neutralizzare un Shahed, evitando l’impiego di intercettori dal valore di diversi milioni.

Si tratta tuttavia di segnali ambivalenti. Nel breve periodo, la crisi in Medio Oriente offre a Mosca un beneficio economico diretto, rafforzando entrate e margini. Nel medio-lungo periodo, di contro, un eventuale indebolimento strutturale del regime iraniano, o un suo collasso, comporterebbe la perdita di un partner regionale chiave con effetti negativi sulla proiezione russa in Medio Oriente.

Al contempo, il progressivo spostamento dell’attenzione politica, militare e diplomatica verso la crisi iraniana sta riducendo lo spazio di manovra ucraino e l’assenza di prospettive diplomatiche e la riallocazione delle risorse occidentali incidono sulla posizione negoziale ucraina.

Nel complesso, emerge un sistema di conflitti sempre meno separati e sempre più interconnessi. Il teatro ucraino e la crisi nel Golfo stanno convergendo all’interno di uno stesso spazio strategico in cui dinamiche energetiche, militari e politiche si influenzano reciprocamente. Così, la distinzione tra scenari regionali perde rilevanza, mentre acquistano centralità le interdipendenze e gli effetti di propagazione tra crisi diverse.

Cronache di una giornata durante la crisi energetica

Mentre si paventa la possibilità di un intervento di terra statunitense in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz paralizza le arterie del commercio globale, il barile fluttua in un intervallo critico tra i 100 e i 110 dollari. Non siamo di fronte a una semplice fluttuazione dei prezzi, ma a una riconfigurazione ontologica della quotidianità, dove il deficit energetico riscrive i contratti sociali e le geografie del potere, posizionando Pechino come potenziale arbitro di un nuovo equilibrio eurasiatico.

Ore 07.00

Il diritto al riposo assume una connotazione di necessità fiscale. In Pakistan e nelle Filippine, la settimana lavorativa per il settore pubblico si contrae a quattro giorni; lo Sri Lanka istituzionalizza il mercoledì come festività totale nel tentativo disperato di preservare le riserve di carburante. In India, la carenza di GPL non è più un dato statistico, ma una perturbazione domestica: la chiusura delle mense aziendali dei colossi tecnologici costringe la classe media a una regressione logistica, riportando la preparazione dei pasti all'interno delle mura domestiche.

Ore 08.00

Mentre il Vietnam e la Thailandia forzano la transizione verso lo smart working, la Cina manipola i flussi di esportazione dei carburanti raffinati come leva di soft power. Pechino allenta selettivamente i divieti di export: Manila riceve sollievo energetico, mentre l'Australia resta esclusa, evidenziando come la sicurezza energetica sia oggi lo strumento principale della dottrina di Stato cinese. Le code ai distributori di Jiangsu o Yogyakarta non sono solo segni di carenza, ma manifestazioni psicologiche di un mercato che ha perso la sua bussola di stabilità.

Ore 09.00

L’architettura urbana si adatta alla scarsità: a Bangkok, la limitazione di ascensori e climatizzazione trasforma gli uffici in ambienti ostili, riducendo l'efficienza marginale del lavoro. L’impatto è asimmetrico e colpisce duramente l'economia dei servizi: dai conducenti di jeepney a Manila ai rider di Swiggy in India, la rendita netta crolla sotto il peso dei costi operativi, dimostrando come l'inflazione energetica sia, di fatto, una tassa regressiva sulla sussistenza.

Ore 13.00

A Lagos, la crisi di Hormuz esaspera una rete elettrica già fragile, costringendo il settore alimentare a una dipendenza tossica dal diesel, con una conseguente impennata dell'inflazione dei beni di prima necessità. Tuttavia, il rischio strutturale più grave risiede nei fertilizzanti. La riduzione dell'uso di urea e zolfo — di cui il Golfo è produttore primario — sta già ipotecando i raccolti futuri dalla Corn Belt americana al Bangladesh, configurando una crisi di sicurezza alimentare che trascende i confini regionali.

Ore 18.00

Il razionamento diventa estetico e sociale. Dalle Mauritius, dove piscine e fontane sono state staccate dalla rete elettrica, al Cairo, dove il coprifuoco anticipato ai ristoranti spezza la tradizione di cenare alle 21. Anche la mobilità globale subisce una contrazione: con il prezzo del cherosene raddoppiato, vettori come United Airlines riducono drasticamente la capacità.

Questa è la fisionomia di un mondo in cui una riduzione del solo 10% dell'offerta globale di greggio basta a scardinare le certezze della globalizzazione, rivelando la fragilità di un sistema di conflitti sempre più interconnessi.

E non è finita qui: negli ultimi giorni l'Indonesia ha introdotto il razionamento giornaliero del carburante, mentre il premier australiano Anthony Albanese si è rivolto alla nazione per annunciare il dimezzamento delle tasse sul carburante, esortare la cittadinanza a risparmiare carburante non ad accumulare scorte e prepararsi a mesi difficili. In Regno Unito, il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che il Regno Unito “è estraneo” alla guerra in Iran, offerto ulteriori aiuti economici alle famiglie e proponendo un vertice per la riapertura di Hormuz. 

E l’Italia?

L’Italia al centro della crisi

Secondo le proiezioni di Oxford Economics per il Financial Times, il nostro Paese sconta l’impatto peggiore tra le economie avanzate a causa del blocco delle forniture di gas e petrolio derivante dal conflitto in Medio Oriente.

La nostra vulnerabilità non è accidentale, ma il risultato di criticità strutturali e scelte politiche precise:

  1. Base di costo elevata: l'Italia sconta già i costi energetici più alti tra i Paesi analizzati. Ogni aumento dei prezzi si abbatte su una struttura già fuori mercato, amplificando esponenzialmente il danno economico.

  2. Dipendenza sostitutiva: abbiamo rimpiazzato le forniture russe principalmente con il Qatar. Se i flussi dal Golfo si interrompono, l'assenza di alternative ci costringerà a coprire il fabbisogno a costi di emergenza.

  3. Il divario strategico: mentre USA e Canada godono di un certo grado di autosufficienza energetica, la Cina mitiga il rischio attraverso scorte massicce, una vasta capacità di raffinazione interna e l’accesso privilegiato al greggio russo a prezzi scontati.

Il vuoto della sovranità energetica

A differenza di partner come Spagna e Portogallo, che tra il 2022 e il 2025 hanno protetto i mercati con un tetto ai prezzi (mantenendoli inferiori del 32% rispetto alla media UE) e investito massicciamente nelle rinnovabili, l'Italia sconta anni di immobilismo:

  • Investimenti mancati: scelte politiche hanno tenuto ai margini le energie rinnovabili e ostacolato lo sviluppo della mobilità elettrica.

  • Shock inflattivo: l'assenza di meccanismi di controllo dei costi energetici si riflette immediatamente sul prezzo di ogni bene di consumo, erodendo il potere d'acquisto.

La percezione della democrazia al tempo dei social

Secondo un nuovo studio della Charles F. Kettering Foundation e di Gallup, gli utenti assidui dei social media hanno meno probabilità di ritenere che la democrazia sia la migliore forma di governo e sono più inclini ad allontanarsi dalle norme democratiche.

Il video del mese

“Per essere liberi bisogna essere temuti. E per essere temuti bisogna essere potenti”. Le parole e le immagini di Emmanuel Macron stagliato contro il profilo d’acciaio del sottomarino nucleare Le Temeraire, assieme a tutto lo Stato maggiore francese all’Île Longue, segnano il tentativo di scardinare definitivamente la narrazione della fragilità dell’Unione Europea. In un momento in cui i detrattori — interni ed esterni — descrivono l’Unione come un corpo debole, dipendente dagli Stati Uniti e marginale, Parigi ha risposto con la grammatica della deterrenza e della libertà.

Con un’operazione comunicativa eccellente, al di là dei giudizi etici e morali sugli arsenali atomici, la Francia mostra la prova fisica della propria sovranità e della sua capacità di difendere l’Europa. Allo stesso tempo l’esecuzione della Marsigliese trasforma i valori di Liberté, Égalité, Fraternité da concetti storici a obiettivi geopolitici attuali. È un messaggio diretto alle autocrazie, ma anche agli alleati meno collaborativi: la democrazia europea non è un’eredità inerte, ma un progetto rivoluzionario che intende difendere i propri principi con la stessa risolutezza dei suoi confini fisici.

Iscriviti a Rozes|Ratio

Se hai ricevuto questa newsletter da amici, amiche, colleghi o colleghe clicca qui sotto per poterla di riceverla direttamente: