Effetto farfalla

Obiettivi di oggi:
— Dottrina Monroe nel XXI secolo
— Ecosistema narcoterrorista
— Armi, oro e cocaina

Numero 8

Ratio vos salutat. 

“Paesi specializzati nel guadagnare e paesi specializzati nel rimetterci: ecco il significato della divisione internazionale del lavoro. La nostra regione del mondo, quella che oggi chiamiamo America Latina, è stata precoce: si è specializzata nel rimetterci fin dai lontani tempi in cui gli europei del Rinascimento si sono lanciati attraverso i mari per azzannarle la gola. Sono passati i secoli e l'America Latina ha perfezionato il proprio ruolo.” Le parole usate quasi 60 anni fa da Eduardo Galeano, nell’introduzione de Le vene aperte dell’America Latina, tornano a far riflettere dopo “l’operazione militare speciale” degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuta il 3 gennaio 2026.

Le accuse di narcotraffico con cui inizialmente è stata giustificata la cattura dell’ormai ex presidente, Nicolás Maduro, si sono rivelate una “foglia di fico” legale e non una vera ragione (dato che la droga che devasta le comunità americane non proviene quasi mai dal Venezuela, né passa di lì, e il leader mondiale più coinvolto, Juan Orlando Hernández dell'Honduras, ha appena ottenuto la grazia dagli USA).

Le motivazioni reali dell’aggressione risiedono, in maniera tutt’altro che celata, nelle nuove National Security Strategy (di cui avevamo già parlato) e National Defense Strategy inaugurate dall’amministrazione Trump, con cui Washington punta a imporre un nuovo concetto di sovranità nell’emisfero occidentale (in cui è compresa anche la questione Groenlandia). Dottrine che non lasciano spazio alla presenza di interessi cinesi, russi o iraniani nel “cortile di casa”, ma allo stesso tempo, almeno in apparenza, poco hanno a che fare con la libertà, il benessere o la prosperità delle popolazioni coinvolte.

La decapitazione del regime venezuelano non coincide affatto con lo smantellamento del complesso ecosistema criminale che ha prosperato sotto Maduro, dentro e fuori dalle strutture statali. Al contrario, il vuoto di potere rischia di inaugurare una stagione di anarchia criminale, dove la lotta per il controllo dei mercati illeciti rischia di inasprire l’instabilità dell’intera regione.

In questo quadro, la storia potrebbe finire per ricordare meno la precisione chirurgica di questa operazione e più la strisciante possibilità che non ci fosse un piano chiaro per il "giorno dopo". Lo scenario migliore potrebbe essere qualcosa di simile a un "Noriega 2.0", in cui la genuina transizione democratica di Panama superò presto la condanna iniziale dell'intervento di Bush. Lo scenario peggiore potrebbe assomigliare a un "Gheddafi 2.0", sebbene il Venezuela non affronti neanche lontanamente le stesse fratture etno-politiche e il separatismo che il regime di Gheddafi mascherava in Libia.

Per approfondire quanto appena accennato in questa corposa introduzione abbiamo ampliato per voi la nostra platea di esperti. Oltre a Beniamino Irdi, political risk consultancy partner di Rozes, che chiarirà la strategia di Washington, ci siamo rivolti al dottor Emanuele Ottolenghi, Senior Research Fellow at Center for Research on Terror Financing (CENTEF) e Senior Advisor at 240 Analytics LTD, che approfondirà i legami tra il regime, l’ecosistema criminale venezuelano, l’Iran ed Hezbollah. Infine, offriremo una panoramica delle implicazioni dell’operazione statunitense in Venezuela per il crimine organizzato, grazie alle analisi di Global Initiative against Transnational Organized Crime.

Buona lettura.

Kevin Carboni | Ufficio stampa Rozes

Grandi numeri

2.600.000

Secondo Reuters, è il numero di attacchi informatici lanciati ogni giorno dalla Cina contro le infrastrutture critiche di Taiwan nel 2025, quasi il triplo rispetto al 2023.

Venezuela e Dottrina Monroe: il “Corollario Trump” entra in azione

Come abbiamo già detto, la droga non basta a spiegare la cattura di Maduro e nemmeno il petrolio. Il nostro Beniamino Irdi, CEO di HighGround e political risk consultancy partner di Rozes, ci spiegherà come le mosse di Trump reinterpretino la Dottrina Monroe, per allontanare l’America Latina da influenze diverse da quelle statunitensi, e come Washington stia rivendicando una “sovranità estesa” sull’emisfero occidentale.

La variabile energetica non è sufficiente per spiegare l’operazione statunitense che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro. È pur vero che il Venezuela dispone di vaste riserve di greggio pesante e gli Stati Uniti hanno raffinerie in grado di processarlo. Tuttavia, la capacità produttiva del Paese è fortemente degradata. Secondo i dati di Portal Energético, il Venezuela ospita almeno 148 aree di estrazione di petrolio e gas. La produzione ha raggiunto il picco negli anni Novanta, attestandosi intorno ai 3–3,5 milioni di barili al giorno. 

Dopo decenni di malagestione, corruzione e sanzioni internazionali, l’output è crollato a circa 900.000 barili al giorno nel 2024. Riattivare le infrastrutture richiederebbe investimenti ingenti e tempi lunghi: decine di miliardi di dollari solo per la manutenzione dell’apparato esistente, cui si aggiungerebbero ulteriori costi per nuove capacità di raffinazione. In un mercato del greggio pesante strutturalmente saturo, la centralità di questa dimensione nel leggere l’intervento statunitense necessita dunque di un ridimensionamento.

Quanto accaduto va letto piuttosto come la prima applicazione concreta di una reinterpretazione della Dottrina Monroe, coerente con l’impostazione della National Security Strategy e della più recente National Defense Strategy. In base a questo “corollario” dell’amministrazione Trump, nell’emisfero occidentale Washington rivendica una forma di sovranità estesa, per cui la legittimità politica dei governi regionali è legata anche alla loro collocazione internazionale.

L’obiettivo del blitz non era solo rimuovere un leader ostile, ma segnalare che gli Stati Uniti intendono avere nel proprio vicinato governi allineati ai loro interessi di sicurezza. Negli anni, il Venezuela era diventato una piattaforma di penetrazione russa e cinese, a cui si erano aggiunti interessi iraniani e contatti con la Corea del Nord. La rimozione di Maduro ha indebolito in modo significativo la presenza e la capacità di influenza di questi attori nel continente sudamericano e nel bacino caraibico.

È rilevante anche il modo in cui Washington ha gestito la transizione del potere. La scelta di non affidare il dopo-Maduro a figure dell’opposizione riflette un approccio pragmatico: un eventuale collasso del regime avrebbe potuto produrre una dinamica di caos, replicando scenari già osservati in passato, soprattutto in Iraq. Washington ha quindi scelto di rimuovere il vertice senza smantellare l’intero apparato. In questo senso, Delcy Rodríguez rappresenta una scommessa di continuità controllata: una figura organica al sistema che, a fronte di una retorica dura rivolta all’interno, sembra orientata a un dialogo funzionale con Washington, come indica il rilascio dei prigionieri politici.

L'azione degli Stati Uniti in Venezuela rafforza una tendenza più ampia: il ritorno di un ambiente modellato meno da regole condivise e più da sfere di influenza. Nel tempo, questo approccio contribuirà a creare un ordine internazionale più competitivo e meno prevedibile, con conseguenze dirette per gli alleati degli Stati Uniti, compresa l'Europa. A determinare la postura di Washington saranno d’ora in poi priorità strategiche sempre più selettive, geografiche e guidate da interessi esclusivamente nazionali.

Per l'Europa si tratta di un’ulteriore lezione: nel nuovo contesto internazionale, sempre più segnato dalla competizione tra potenze, la forza e la capacità di proiezione contano più delle regole. L’intervento ha implicazioni concrete anche sul piano economico. Sebbene un riallineamento del Venezuela agli Stati Uniti potrebbe aprire alcune opportunità selettive, in particolare nel settore energetico, a questo si accompagnerebbero una volatilità politica e  una fragilità istituzionale, che, sommate al rischio di rapidi cambiamenti regolatori, andrebbero a impattare sulle imprese esposte alla regione.

Venezuela: Cosa significherebbe la sua perdita per Teheran e i suoi gregari di Hezbollah

Prima di leggere questo contributo non avevo mai preso in considerazione l’esistenza di rapporti tra Iran, Hezbollah e il Venezuela. Rapporti fitti, regolari e che si sono adattate alla modernità. Dai trattori alle crypto, dalla carbonella ai droni. Il dottor Emanuele Ottolenghi, Senior Research Fellow at Center for Research on Terror Financing (CENTEF) e Senior Advisor at 240 Analytics LTD, ci aiuterà a fare chiarezza, delineando un quadro tanto interessante quanto sorprendente.

La cattura di Nicolas Maduro mette a rischio le attività finanziarie legate al regime iraniano e ai suoi gregari di Hezbollah in Venezuela. Di seguito offriamo una succinta analisi delle loro attività nella Repubblica Bolivariana e una valutazione preliminare del loro impatto.

Per il regime iraniano e Hezbollah, il Venezuela costituisce una base avanzata di operazioni nell’Emisfero Occidentale, che include propaganda, evasione di sanzioni, terrorismo e suo finanziamento. Il Venezuela però non è l’unico nodo della rete iraniana – l’eventuale correzione di corso a Caracas ne indebolirebbe certamente l’incisività ma non le neutralizzerebbe completamente, dato il loro carattere transnazionale, specie per quanto riguarda Hezbollah.

Teheran ha investito ingenti risorse in Venezuela tra il 1999 – anno in cui Hugo Chavez assurse alla presidenza – e oggi. Nel periodo che precedette la firma dell’accordo nucleare del 2015 – noto ai più come JCPOA – il Venezuela prestò la sua economia alle operazioni iraniane di evasioni di sanzioni, incanalate attraverso varie operazioni commerciali di facciata – la fabbrica d’auto Venirauto, la Veniran, impresa di trattori iraniani, la impresa di cemento Cerro Azul, la creazione degli istituti finanziari con capitale iraniano (il Banco Binacional Venezolano-Irani e il Banco Internacional de Desarrollo C.A.), e la concessione di numerosi appalti di costruzione di case popolari a imprese iraniane. Successivamente, l’entrata in crisi dell’economia venezuelana e del suo settore energetico, e le sanzioni contro il regime bolivariano, hanno reso Caracas dipendente dall’assistenza iraniana, che si è materializzata attraverso due investimenti importanti nel settore energetico (€110 milioni per la raffineria El Palito, e €460 milioni per la il complesso di Paranagua), la fornitura di tecnologia e personale specializzato. 

L’Iran ha prima organizzato un ponte aereo per aiutare l’alleato e successivamente ha venduto a Conviasa, in contravvenzione alle sanzioni USA, quattro aerei (due cargo e due passeggeri) e sei motori di ricambio previamente procurati illegalmente dalla sanzionata Mahan Air, al prezzo complessivo di €37.550.000 più €8 milioni per riparazioni e mantenimento (usando un’impresa di facciata registrata a Dubai). Gli aerei sono stati usati, tra l’altro in schemi di triangolazione tra Iran, Venezuela, Turchia e gli Emirati Arabi per il trasporto d’oro venezuelano, fornito come pagamento per forniture iraniane di benzina, tecnologia e armi (tra cui lance veloci e la fabbrica di droni iraniana in Maracay), e il programma di importazione di derrate alimentari CLAP.

Hezbollah ha usato il Venezuela come uno dei suoi nodi per il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento al terrorismo, oltre che come santuario e base operativa per agenti, grazie all’accesso a passaporti e documenti d’identità venezuelani. Molte delle recenti transazioni di Hezbollah riguardano movimentazioni cripto legate al traffico d’oro illegalmente estratto nel bacino minerario dell’Orinoco, come documentato in una recente causa civile (Balva v. Binance). 

Nel 2023, il dipartimento del tesoro USA aveva già sanzionato un operatore cripto legato a Hezbollah (Samer Akil Rada) insieme al fratello Amer, un agente di Hezbollah implicato nell’attentato alla AMIA in Argentina (1994), e al nipote Mahdy Akil Helbawi, implicato nel commercio della carbonella, spesso usata come facciata nel traffico di cocaina. E proprio attraverso il Venezuela operavano in passato importanti reti di riciclaggio del denaro sporco dei cartelli della droga, vincolate a Hezbollah, in triangolazioni con Stati Uniti, Europa, Africa Occidentale e Libano. Mezzo principale per il riciclaggio erano prodotti di consumo movimentati in grandi quantità da imprese legate alla diaspora sciita libanese. Questo sistema di riciclaggio continua a essere utilizzato a livello regionale da agenti legati a Hezbollah.

La possibile perdita di influenza in Venezuela indebolirebbe molte di queste operazioni, che tuttavia, grazie al loro carattere decentralizzato, l’uso di piattaforme non regolamentate per i pagamenti, e l’affidamento a movimenti commerciali attraverso frontiere poco controllate, potranno comunque continuare indisturbato.

Armi, oro e cocaina

Secondo l’analisi di Global Initiative Against Transnational Organized Crime segna un punto di non ritorno per gli equilibri dell’America Latina. La caduta del regime ha generato un vuoto di potere che rischia di trasformare il Venezuela in un campo di battaglia per il controllo dei mercati illegali. Elencheremo solo i punti fondamentali per non appesantire questo numero molto denso di Ratio, lasciando in coda diversi spunti per approfondire l’argomento.

  • Uno stato “criminalizzato”

Il Venezuela è caratterizzato da una corruzione radicata dove le istituzioni statali e le forze di sicurezza sono integrate con organizzazioni criminali (ELN, FARC, Tren de Aragua). Questo ecosistema, consolidato in vent'anni di regime, si basa sulla gestione congiunta di traffici illeciti e riciclaggio, creando un equilibrio fragile tra fazioni politiche (PSUV) e gruppi armati.

  • Traffico di cocaina e oro

Il Paese funge da hub logistico centrale per l'esportazione di cocaina verso l'Europa e per l'estrazione illegale di oro. Un'eventuale caduta del regime potrebbe creare un vuoto di potere occupato da mafie ancora più violente e cartelli brasiliani (PCC, Comando Vermelho). Questi gruppi utilizzano i proventi per diversificare le attività e finanziare milizie armate, aumentando la competizione per il controllo dei corridoi di traffico.

  • Traffico di armi e milizie

Il territorio è saturo di armi: si stima la presenza di milioni di armi in mano ai civili e ingenti arsenali militari controllati da gruppi pro-governativi e guerriglieri. In caso di transizione politica, le Milizie Bolivariane e l'ELN potrebbero utilizzare queste risorse per una resistenza armata prolungata.

  • Impatto regionale

L'instabilità venezuelana alimenta il traffico di armi, esseri umani e risorse in tutta l'America Latina, rafforzando le reti criminali transnazionali e destabilizzando i confini con i paesi limitrofi (Ecuador, Perù, Brasile e Colombia).

Ulteriori approfondimenti:

Rerum Publicarum

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